Gli ambasciatori dell'isola


Nell’isola, tra le montagne e il mare, la terra si fa ventre:osserva placida il vento e il tuono azzuffarsi su di lei, consapevoleche entrambi si accasceranno al suolo in uno scroscio; l’odore èquello del lampo e la terra li accoglie sotto le sue vesti. Non disdegnaneanche lo sguardo violento del sole, stiracchiandosi anzi maliziosasulle sue ciglia stese. Tutto di lei si scaglia verso l’alto: fiori, foglie,rami, tronchi e anche le radici e i semi partecipano allo slancio. Sottopelle il richiamo della stella risuona più forte. Un gregge di ville e palazzi rovina verso il mare. Le costruzionisi accatastano una sopra le altre: televisori, frigoriferi, materassie armadi cadono dalle terrazze e atterrano tra le braccia dei fichi,ostentando con languore la miseria e la confusione. L’uomo teme iltempo e il marcire non è contemplato. La terra soffoca ma non può scrollarsi di dosso i suoi frutti piùfragili. È la testa china a smuovere una domanda: “La terra è viva?”.In una terra in cui non ci si riconosce più, la risposta va cercataaltrove. La domanda viene mormorata agli imbarchi con le labbrabagnate dal sale, picchiettata sul finestrino di un Boeing, interrottadallo stridere di un treno. La domanda si insinua nelle pieghe di uno spazio che vienesquarciato da uno sbuffo di fumo negli uffici dell’ambasciata diBeirut; l’ambasciatore è curioso dell’ometto e di quel suo fumoche avvampa verità. L’ometto mostra la foglia del tabacco e basta iltocco a riportare l’ambasciatore a piedi nudi sulla terra che sta tra lemontagne e il mare. In un altro mare, l’isolano si impregna del sudore del tabacco. Larisposta è lì, tra le foglie che seccando si colorano della pelle degliavi e bruciando profumano di ricordo. La risposta è nell’abbacinantesole che l’isolano schiude come una bussola. Il bracciante non ha mai lasciato l’isola e si aggrappa ostinato allaterra come l’involucro vuoto di una cicala sulla corteccia. Si staglia trai rottami come un faro e vede avvicinarsi l’isolano e l’ambasciatore; tra le loro dita i semi del tabacco, sfumati come il pepe: “La terra èviva!” gridano. È a Bagheria in cui l’isola si riconosce in tutte le isolee il mare in tutti i mari. Oltre le palazzine, i tre piantano il tabacco. Lapianta tasta il sottosuolo, ne riconosce l’innocenza e ci si avvinghia.L’acqua e il sole accompagnano la pianta verso l’alto, stupiti e attenticome genitori che insegnano al proprio piccolo a camminare. I tretirano su gli essiccatoi, trame di legno pronti a sostenere la vecchiaiadella pianta che morirà nel soffio della brezza, la stessa brezza cheinalata da un sigaro, sosterrà il ricordo e la passione di chi, su questaterra, ha donato il proprio sudore misto al pianto. L’isola è uncontinente e gli uomini degli ambasciatori a capo chino.


Testo di Pierluigi Bizzini



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